2009 anno del cemento

Pubblichiamo di seguito parte delle conclusioni del dossier sul consumo di redatto dal Italia.
Il 2009 rischia di essere ricordato come “l’anno del ”. Come abbiamo visto, molte sono le concause dell’esplosione edificatoria nel nostro Paese, un punto di riflessione però è sul ruolo avuto dalla Stato in questo processo. Lo Stato è intervenuto o con norme della cui applicazione corretta non è riuscito (o non ha voluto) farsi garante, o con norme di ripartizione di competenze che hanno eroso anche quella parte di titolarità che pur gli rimaneva. Il punto di partenza dunque non può che essere nella ricerca di una visione d’insieme dei fenomeni di trasformazione del territorio ridando, in questo senso, allo Stato quel ruolo di centralità e d’indirizzo che gli appartiene anche rispetto alla pianificazione. In prima battuta questo potrebbe tradursi in uno o più atti d’indirizzo congiunti del Ministero dei Beni Culturali e del Ministero dell’Ambiente per la pianificazione paesaggistica. Questo atto, muovendo dalle competenze esclusive dello Stato in materia di tutela ambientale e del patrimonio culturale, potrebbe e dovrebbe dare indicazione chiare alle Regioni sui piani paesaggistici che si stanno redigendo, indicazioni quanto meno rispetto agli ambiti territoriali più aggrediti e quindi più delicati: priorità coste, aree agricole periurbane e aree fluviali. Indispensabile poi riavviare il processo di pianificazione idrografica ei sensi della direttiva Ue 2000/60. Questo significa integrare e superare il concetto di gestione fluviale prevalentemente inteso come difesa del da eventuali pericoli, introducendo criteri ecologici nella gestione del 38 territorio e ponendo elementi imprescindibili di valutazione nella pianificazione degli Enti Locali. Il tema della pianificazione dei distretti idrografici è inoltre fondamentale per una gestione del territorio che risponda a quell’esigenza di “adattamento” che i cambiamenti climatici ci impongono, è il presupposto per restituire ai sistemi naturali la capacità di risposta che hanno ai picchi improvvisi di precipitazioni atmosferiche e per dare al territorio maggiore flessibilità in caso di piena dei fiumi o torrenti. Sull’esempio di quanto stabilito dall’Unione Europea per i fiumi, le politiche di conservazione devono sempre più essere parte integrante di quelle di gestione del territorio. La rete ecologica deve essere elemento imprescindibile di valutazione in tutte le politiche di intervento territoriale, la salvaguardia di questa ed il suo rafforzamento devono costituire un obbligo per tutte le amministrazioni pubbliche, al pari della salvaguardia dei beni archeologici e del rispetto delle norme di sicurezza. In realtà il mantenimento della rete ecologica costituisce elemento di salvaguardia, e quindi di sicurezza, per un corretto mantenimento del territorio. Aree immediate di applicazione sono le aree di Rete Natura 2000, cioè i Siti d’Importanza Comunitaria e le Zone di Protezione Speciale; ma non solo, si pensi alle aree protette in genere o alla fascia costiera che, stando a quanto previsto nella Convenzione di Barcellona per la Tutela del Mar Mediterraneo dovrebbe essere caratterizzata da una gestione integrata tra conservazione e sviluppo sostenibile. Ma, per aprire una stagione nuova delle politiche territoriali, si deve con decisione chiudere i fantasmi del passato. In tal senso occorre che le amministrazioni chiudano le pratiche di condono giacenti, diano un segnale forte e chiaro sul fatto che è finita la stagione dell’abuso e dell’impotenza degli interventi repressivi. Per chiudere con il passato è poi necessario alzare il livello di attenzione sulle aree demaniali: troppi abusi non abbattuti, troppe concessioni a poco costo, troppe situazioni non controllate. E per quanto riguarda le coste sarebbe importante avviare un percorso di acquisizione pubblica delle aree libere al fine di impedire nuove occupazioni e nuove speculazioni. Per il l’esempio da seguire deve continuare ad essere quello del Coservotoire du Littoral francese che fa esattamente questo, aumentando quindi la presenza dello Stato in territori così delicati e a così alto rischio di cementificazione. Con il dovuto modo, con il necessario dibattito è infine necessario porsi a medio e lungo termine il problema della riconversione dell’occupazione del settore edile e di quelli a questo connessi. Occorre rallentare la spinta edificatoria che da questi settori viene ed occorre garantire in altro modo gli attuali tassi occupazionali. L’occasione dovrebbe essere la redazione di una vera e propria legge sul governo del territorio che, archiviando per sempre le vecchie concezioni di legge urbanistica, stringa le maglie a tutela del bello che è ancora rimasto. Con la speranza che i cittadini si dimostrino più responsabili ed attenti di quanto non siano stati i loro amministratori regionali, approvando scellerati sedicenti “piani casa” . (2/fine)

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